LMolLUISA MOLÈ
Artigiancassa Gruppo Bnl
Responsabile Ugl Lazio per il Welfare, le Pari Opportunità e il Terzo Settore

Lavoro in banca dal 1983. Non posso dire che fosse la mia aspirazione da bambina, ma ho rispetto per questo lavoro che mi consente indipendenza economica e di vivere dignitosamente.
Dagli inizi degli anni ’80 ad oggi, il nostro settore è molto cambiato. Sono cambiate le banche con la riforma del Credito e conseguentemente l’organizzazione del lavoro e lo skill del bancario. Più tecnologia, un lavoro più complesso e articolato dove è richiesta flessibilità, riqualificazione e aggiornamento continui. Tramontati tempi in cui il lavoro in banca era considerato un posto sicuro e ben retribuito!
Per quanto riguarda la mia esperienza lavorativa non posso dire di aver incontrato sempre sensibilità per il lavoro delle donne!
Basti pensare che oggi le donne che lavorano in banca sono circa il 45% (Rapporto Abi 2016), ci sono più laureate (37,2%) che laureati (33,8%) eppure la loro carriera non evolve come quella maschile.
I vari rapporti e ricerche del settore ci dicono che le donne sono portate ad autoescludersi. Lo credo bene, in un sistema sociale dove ancora i carichi dei lavori di cura pesano sul genere femminile! Pochi ancora gli uomini che chiedono il part time, e poi riconosciamolo, noi donne non sempre sappiamo promuovere il nostro lavoro, chiedere il giusto riconoscimento e in alcuni casi pretenderlo. Quindi i nostri sviluppi di carriera restano al palo.
Mi rendo conto che la carriera, come il lavoro non è tutto nella vita, ma sicuramente è giusto aspirare ad un miglioramento ed avere la possibilità di accesso a quei ruoli di responsabilità declinati sempre al maschile.
Insomma è veramente indispensabile fare riunioni fiume nel tardo pomeriggio o al mattino presto per mettere in difficoltà madri che debbono accompagnare o riprendere i loro figli da scuola?
Perché dobbiamo sempre giustificare i nostri impegni familiari come portatrici del peccato originale?
Non sempre ho trovato sensibilità e rispetto per le differenze di genere. Così come non ho incontrato molti esempi di uomini che hanno saputo valorizzare e riconoscere il merito e le qualità professionali di una donna.
Ho conosciuto però donne determinate e capaci che hanno dovuto lottare per ottenere posizioni che ad uomo venivano concesse come naturali evoluzioni della loro carriera.
Insomma, sicuramente molto è stato fatto sia a livello contrattuale che sociale ma non ancora abbastanza.
Quello che mi sento di dire è che proprio perché stiamo attraversando un momento di grave crisi economica non dobbiamo assolutamente abbandonare il campo e ritirarci rassegnate. Le crisi economiche non debbono portare un vuoto nei valori e soprattutto non debbono renderci deboli e rassegnate.
Le cose possono e si debbono cambiare a cominciare da noi.
E allora cominciamo e così che possiamo crescere e ottenere più «credito».

 

DRivabeneDANILA RIVABENE
Monte dei Paschi di Siena

Quanto tempo è passato da quando facevo tutti i fine settimana la pendolare da Siena a Roma e viceversa per andare a lavorare in banca al Monte dei Paschi, entrata per concorso e come prima assunzione destinata a Siena.
Sono passati ben 34 anni, la banca è molto cambiata da allora, tra alti e bassi (soprattutto bassi!) è cambiato il modo di lavorare, con programmi aziendali non sempre comprensibili.
Per quanto mi riguarda quella che non è cambiata è la voglia di fare, ed anche se un lavoro come il nostro è spesso ripetitivo e tendente all’appiattimento, una buona dose di curiosità e voglia di apprendere puo’ aiutare a sentirsi ancora attivi.
Per questo motivo ho accettato già da diversi anni di fare sindacato, perché stando vicino alle problematiche dei colleghi mi sento di essere ancora utile alla società.
Con grande rammarico, però, noto che nonostante il passare degli anni c’è ancora tanto da fare per le donne che lavorano in banca soprattutto per la conciliazione tra famiglia e lavoro. A mio avviso è indispensabile alleviare le donne dal carico dei numerosi impegni attraverso una riorganizzazione del mercato del lavoro e soprattutto attraverso la promozione dei modelli familiari che vedano in egual misura uomini e donne partecipare al benessere familiare.
Notiamo ancora oggi che le donne sono meno presenti nelle posizioni di potere ed hanno carriera meno brillanti con stipendi più bassi dei colleghi uomini, proprio per questo la conciliazione tra famiglia e lavoro può diventare uno strumento di politica vincente per realizzare una vera e propria uguaglianza.
Penso sia indispensabile parlare e scambiarsi informazioni tra noi colleghe, perché è proprio l’unione che aiuta e fa la forza.

 

LBiniLORELLA BINI
Monte dei Paschi di Siena

Per raccontare e raccontarmi porto la testimonianza di una di noi in cui in molte si riconosceranno.
«Ho sempre sognato di fare la giornalista, fin da bambina. Son passati 20 anni la realtà è che non sono diventata giornalista. Mi sono iscritta a economia e commercio perché,  ho seguito il consiglio paterno, quel genere di consigli che ti pesano come macigni ma che ti sembrano ineluttabili, perché non riesci a contraddire la persona che per te è l’essenza della ragionevolezza. Son finita a fare la commercialista di uno studio associato, neanche troppo brava, e provo anche a fare la madre, ruolo cercato e voluto con lacrime e sangue (ho perso in grembo ben due figli, ma ho due bimbe meravigliose). Ma proprio in questo sta il mio fallimento.
Ci ho provato, disperatamente, a conciliare le due cose. Ho chiesto orari ridotti che mi consentissero di portare le piccole al nido o alla scuola materna, mi sono avvalsa di tate, di aiuti di ogni genere, e per qualche tempo mi sono anche illusa di poter fare tutto. Ma la realtà è che è impossibile. Pur con tutti gli aiuti del mondo, ti ritrovi con il conto in banca prosciugato dagli stipendi alle tate e alle sostitute delle tate, dai folli costi dei nidi e delle attivitàextrascolastiche (che, pur senza esagerare, ti paiono irrinunciabili, come ad esempio un corso di nuoto, uno di inglese) e al contempo devi convivere con enormi sensi di colpa che ti tormentano. Non riesci a recuperarle da scuola tutti i giorni, non riesci a giocare con loro nel pomeriggio perché devi preparare una cena possibilmente sana e devi organizzare la giornata successiva, non sei abbastanza serena da assicurare loro un sorriso costante ed una parola indulgente, affannata come sei da tanti pensieri.
Ma i sensi di colpa non sono solo questi. Ti sembra di essere una lavoratrice meno solerte degli altri perché esci prima dallo studio rispetto ai colleghi uomini; ti sembra di non essere una brava moglie perché tuo marito ti chiede cosa hai fatto dalle 18 in poi e a te sembra troppo poco farfugliare «Le ho portate al parco giochi, le ho lavate perché erano sporchissime e ho preparato la cena con la piccola sempre attaccata alle gambe»; ti senti in colpa per non riuscire ad avere un rapporto umano o addirittura amorevole con una suocera criticona; ti senti in colpa a scaldarti il cuore con un bel piatto di pasta serale perché sei fuori forma e non hai neppure il tempo di farti una messa in piega; insomma, ti senti sempre e costantemente sotto pressione.
E poi ti guardi intorno e vedi donne ammazzate, donne vilipese, donne aggredite fisicamente e verbalmente, sul web o in televisione. Ma non trovi conforto neppure negli incontri quotidiani con uomini per bene, evoluti e sensibili, i quali (chissà perché) dimostrano sempre una impercettibile sfumatura di diversità nel trattare con una donna o con un uomo.
(…) Se è questo quello che volevano le donne quando lottavano per i loro diritti, beh, penso abbiano fallito. Sia loro nel prefiggersi uno scopo irrealizzabile, sia noi che siamo state incapaci di realizzarlo. Non è possibile dover lavorare come matte per guadagnarsi la minima credibilità professionale e allo stesso tempo fare i salti mortali per tenere la gestione di una famiglia. Certo, i mariti aiutano, ma il loro apporto è sempre marginale ed il carico fisico ed emotivo è nostro. Non abbiamo nessun aiuto dai Comuni, dallo Stato, nessuna comprensione (se non di facciata) dai colleghi uomini, nessun supporto neppure tra di noi. Anche tra mamme lavoratrici, millantiamo comprensione e condivisione, ma poi siamo sempre pronte a giudicarci vicendevolmente.
La stanchezza prevale sui princìpi morali e sulla gestione della tua dignità di individuo e di donna».
Una storia come tante altre. La storia di molte di noi.
Una storia che fa la storia di noi donne di questi tempi.
Spesso noi donne ci ritroviamo di fronte a un bivio drammatico: i figli o il lavoro? E la strada per noi è ancora in salita. Siamo tutti uguali, eppure la famiglia, la società, le logiche e i tempi del lavoro, non se ne accorgono. Spesso tutto funziona ancora come se le donne dovessero restare a casa e gli uomini dovessero andare in ufficio. C’è un gap che va colmato. Con le leggi, con la cultura, e anche con gli esempi.